Aggiornato il

Il racconto che si fa in Italia del nostro ecosistema di finanza per la crescita è quasi sempre lo stesso: manca capitale, manca venture capital, mancano fondi che credano nei progetti. È un racconto consolatorio. È anche, in larga parte, sbagliato.

I dati AIFI degli ultimi cinque anni documentano volumi di private equity e venture capital stabili o crescenti. La liquidità disponibile per il private market italiano è più che raddoppiata. Fondi italiani ed esteri operativi in Italia non hanno problemi di funding — hanno problemi di deployment.

La tesi

L’Italia non ha un problema di accesso al capitale. Ha un problema di infrastruttura per riconoscere il merito. Il capitale c’è, ma il sistema attraverso cui viene allocato è strutturato in modo che premi caratteristiche diverse dalla qualità intrinseca dei progetti. Tre cause concorrenti producono questo risultato.

Causa 1 — Il deal flow è asimmetrico

I migliori deal del private market italiano arrivano a un numero ristretto di operatori — principalmente fondi internazionali con team italiani specializzati, alcuni veicoli istituzionali domestici, una manciata di family office strutturati. Questi attori vedono il deal flow di prima scelta perché hanno costruito relazioni dirette con advisor, commercialisti senior, studi legali M&A di mercato.

Il resto del sistema — molti fondi italiani mid-tier, family office non strutturati, club deal informali — vede il deal flow di seconda o terza scelta. E lo seleziona spesso sulla base di referenze relazionali, non di processi di sourcing strutturati.

Il risultato sistemico: un buon progetto che non è introdotto dai canali giusti rischia di non incontrare mai il capitale appropriato. Non perché il capitale rifiuti il merito, ma perché il merito non arriva sul tavolo.

Causa 2 — La selezione è dominata dal pattern matching

I fondi VC italiani — anche quelli ben capitalizzati — tendono a investire su pattern riconoscibili: founder con background da grande consulenza, MBA in business school internazionali, esperienze precedenti in startup già di successo. È razionale dal punto di vista del singolo investment manager: ridurre l’incertezza, mostrare al comitato investimenti un profilo “difendibile”.

È sub-ottimale dal punto di vista sistemico: i pattern di successo del passato non sono sempre i pattern dei prossimi vent’anni. Il founder atipico — l’ingegnere senior che lascia una multinazionale a cinquantadue anni, lo scienziato che spin-offa la ricerca universitaria, l’artigiano che digitalizza un mestiere tradizionale — incontra molta più resistenza nell’accesso al capitale rispetto a quanto il merito intrinseco del suo progetto giustificherebbe.

Negli ecosistemi più maturi (Stati Uniti, Israele, alcuni hub europei) esistono fondi specializzati nell’identificazione di founder atipici. In Italia, il segmento è praticamente inesistente.

Causa 3 — Le exit sono difficili e questo retroagisce sul sourcing

Il mercato delle exit italiane è strutturalmente più stretto di quello americano o anglosassone. Mercato secondario M&A modesto in volumi, IPO sull’Euronext Growth Milan rare e con multipli compressi, mercato secondario PE-to-PE poco sviluppato.

La conseguenza retroattiva sulla selezione: i fondi italiani sanno che il loro orizzonte di exit è limitato. Quindi privilegiano progetti che producono cash flow stabile in fase di investimento (non richiedono exit per generare ritorno), oppure progetti con candidate strategici di acquisizione già visibili al momento dell’ingresso. Entrambi i pattern penalizzano i progetti più ambiziosi — quelli che richiedono cinque-otto anni di costruzione prima di una exit significativa.

È un effetto sistemico: l’illiquidità delle exit distorce la selezione del deal flow verso ciò che è meno rischioso, non verso ciò che ha più merito.

Cosa cambierebbe il sistema

Tre interventi strutturali, di cui solo uno realmente nelle mani del legislatore.

Intervento 1 — Strumenti istituzionali di matching strutturato

Piattaforme che permettono al merito di farsi vedere indipendentemente dalle relazioni — accelerator di qualità (esistono ma sono pochi), scout indipendenti compensati a risultato, marketplace di deal flow con due diligence preliminare condivisa. La normativa può facilitare creando regole certe di disclosure e protezione del merito identificato.

Intervento 2 — Fondi specializzati nei founder atipici

Il segmento richiede gestori con tesi di investimento dichiaratamente contro il consenso. Sono rari e difficili da raccogliere — il limited partner istituzionale è strutturalmente avverso al rischio reputazionale. Esistono in Israele e nella Bay Area, dove l’ecosistema premia con multipli superiori le tesi non-consensuali che funzionano. In Italia il vincolo è di domanda, non di offerta di capitale.

Intervento 3 — Mercato secondario più liquido

L’unico veramente nelle mani del legislatore. Semplificazione delle quotazioni di mid-cap su Euronext Growth Milan, regimi fiscali più stabili sulle plusvalenze da cessione, infrastruttura di mercato secondario PE-to-PE più strutturata. Sono temi tecnici, poco mediatizzabili, ma il loro impatto sul sistema VC/PE italiano sarebbe profondo nel medio periodo.

Per chi sta valutando come accedere al capitale appropriato per il proprio progetto — o come investirlo meglio — i pattern che cito qui sono esplorati in dettaglio in «L’arte del Venture Capital».

Conclusione

L’Italia non manca di capitale. Manca di un’infrastruttura efficace per allocare quel capitale al merito. Quando la diagnosi si sposta dalla scarsità alla cattiva allocazione, le politiche industriali utili cambiano completamente. Non servono nuovi fondi pubblici, sussidi all’innovazione, incentivi fiscali generalizzati. Servono regole di mercato che riducano l’asimmetria fra chi ha relazioni e chi ha merito.

Domande frequenti

Quanto VC e PE è stato investito in Italia negli ultimi anni?

I rapporti AIFI documentano volumi annui del private equity italiano fra i sei e i nove miliardi di euro negli anni recenti, con il venture capital che si è progressivamente assestato sopra il miliardo. Volumi non eccezionali nel confronto europeo, ma significativamente più alti di quanto la narrazione mainstream lasci intendere.

Come fa un founder atipico ad accedere al capitale in Italia?

Tre canali pragmatici: (a) acceleratori di qualità (ce ne sono cinque-sette seri in Italia), (b) family office strutturati che investono in equity in fase early (più aperti al pattern atipico rispetto ai fondi VC tradizionali), (c) angeli istituzionali esteri attivi sull’Italia. Il quarto canale, il bando pubblico, raramente seleziona davvero per merito industriale.

I bandi pubblici italiani funzionano?

In media, no. Selezionano per capacità di scrivere progetti, non per merito industriale. Producono compliance, non valore. Esistono eccezioni (alcuni strumenti CDP, programmi mirati su settori specifici), ma sono la minoranza. Per un founder con un progetto serio, il tempo investito in un bando è quasi sempre meglio investito in due meeting con investitori privati.

L’Italia ha bisogno di più fondi pubblici per la crescita?

No. Ha bisogno di mercati secondari più liquidi e di canali di sourcing più strutturati. Il capitale pubblico aggiuntivo, in assenza di queste due infrastrutture, finisce per amplificare le distorsioni esistenti — premia chi sa accedere al sistema, non chi merita.

I fondi internazionali stanno aumentando l’allocazione sull’Italia?

Sì, sensibilmente, soprattutto negli ultimi tre anni. I grandi fondi globali (KKR, Bain, EQT, Carlyle e altri) hanno aumentato i team italiani e i deploy sul mercato domestico. Sono spesso gli operatori che vedono per primi i deal mid-market di qualità — e questo paradossalmente aumenta l’asimmetria con gli operatori italiani.

Per discutere di una specifica situazione di accesso al capitale — buy-side, sell-side, founder o investitore — la conversazione è aperta.